Le parole dell’ex centrocampista rossonero Boban riaccendono un copione ormai frequente: tanti grandi del passato sembrano trovare nel Milan di oggi un bersaglio facile, anche quando la critica rischia di diventare più nostalgica che costruttiva
C’è un confine sottile tra l’amore per una maglia e la tentazione di trasformare ogni occasione pubblica in un processo permanente. Zvonimir Boban, parlando al Festival dello Sport, ha ribadito concetti molto duri sul Milan attuale, arrivando a sostenere che il club si sarebbe adattato a non avere più ambizione e che accontentarsi della qualificazione in Champions significherebbe non aver capito nulla della propria storia.
Parole forti. Forse troppo.
Perché la critica è legittima, soprattutto quando arriva da chi quella maglia l’ha indossata, l’ha onorata e ha contribuito a costruirne la grandezza. Ma negli ultimi anni sembra essere diventato quasi automatico, per molti ex campioni rossoneri, prendere il Milan e utilizzarlo come bersaglio preferito.
Qualcosa non funziona? Colpa della società. Il Milan non vince subito? Ha perso la propria identità. La proprietà non segue i modelli del passato? Allora manca l’ambizione.
È una lettura troppo semplice.
Boban e il rischio di trasformare la nostalgia in giudizio assoluto
Il Milan di oggi può essere criticato per molte scelte. Sul mercato, sulla gestione, sulla comunicazione, sulla costruzione tecnica. Tutto legittimo. Ma sostenere che il club abbia smarrito completamente la propria ambizione significa forse ignorare quanto sia cambiato il calcio europeo rispetto agli anni Novanta.
Il Milan di Boban viveva in un’epoca diversa, con strutture economiche differenti, proprietà differenti e soprattutto rapporti di forza molto più favorevoli alle grandi italiane.
Oggi competere stabilmente per la Champions League è già di per sé una battaglia durissima. Questo non significa accontentarsi. Significa riconoscere il contesto.
Ed è proprio qui che certe dichiarazioni rischiano di diventare meno utili di quanto potrebbero essere.
Dire che “il Milan è il Milan” suona bene. È una frase che accende immediatamente la nostalgia e tocca corde emotive molto forti. Ma poi serve anche spiegare come si dovrebbe tornare a quei livelli. Con quali risorse. Con quale struttura. Con quale strategia.
Altrimenti resta uno slogan.
Il tiro al bersaglio degli ex sta diventando un’abitudine
Il punto, però, va oltre Boban.
Da tempo molti ex rossoneri intervengono sul Milan quasi esclusivamente per sottolinearne difetti, mancanze e distanze rispetto al passato. È comprensibile: chi ha vissuto stagioni irripetibili tende naturalmente a confrontare tutto con quel livello.
Ma il confronto rischia di diventare ingiusto.
Perché un conto è custodire la storia, un altro è usarla continuamente come arma contro il presente.
Il Milan non deve smettere di ambire a vincere. Su questo non esiste discussione. Ma non ogni stagione senza trofei rappresenta automaticamente un fallimento identitario, così come non ogni scelta diversa da quelle del passato significa aver tradito il DNA del club.
Quando la critica diventa sistematica, perde forza.
E quando ogni intervista di un ex grande campione contiene inevitabilmente una frecciata alla società, viene quasi da pensare che il tiro al bersaglio sia diventato una disciplina ufficiale.
Boban può criticare, ma serve anche equilibrio
Boban ha tutto il diritto di essere esigente con il Milan. Probabilmente lo fa proprio perché sente ancora quel club come parte della propria storia.
Ma proprio per questo le sue parole potrebbero avere ancora più valore se accompagnate da maggiore equilibrio.
Il Milan di oggi non è perfetto. Non lo è la proprietà. Non lo è la dirigenza. Non lo è il progetto tecnico.
Ma ridurre tutto alla mancanza di ambizione è troppo comodo.
La storia rossonera merita rispetto. Il presente, però, merita almeno di essere giudicato per quello che è, non soltanto per quello che non riesce ancora a essere.
E forse, ogni tanto, agli ex campioni farebbe bene ricordare che amare una squadra significa anche criticarla senza trasformarla sempre nel bersaglio più facile.