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Nesta parla così del suo passato al Milan: «Maldini era l’esempio da seguire. Con Allegri ho discusso molto per Pirlo, vi spiego perché…»

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Nesta, intervistato dal Corriere della Sera, ha parlato così del suo passato da calciatore e la sua lunga avventura al Milan: le sue parole

Alessandro Nesta taglia il traguardo dei 50 anni, un compleanno vissuto senza troppi entusiasmi dal suo buen retiro di Miami. L’ex difensore campione del mondo, bandiera della Lazio prima e pilastro del grande Milan poi, si è raccontato in una lunga intervista al Corriere della Sera, ripercorrendo le tappe di una carriera leggendaria.


TRA ROMA E LAZIO «Mio fratello aveva problemi di postura. Gli dissero “fai sport”, così mio papà Giuseppe ci portò entrambi a fare un provino in una squadra di Cinecittà. Uno scout dei giallorossi mi selezionò ma mio padre, cuore biancoceleste, si oppose. Zeman ha avuto la follia di spostarmi di ruolo. All’inizio nelle giovanili facevo la mezzala, ero bravino. Poi in Primavera ero terzino destro finché il mister mi disse che dovevo fare il difensore centrale. Lì per lì pensai “questo è matto”. Invece mi ha cambiato la vita».


L’ADDIO ALLA LAZIO «Stavo male veramente. Da tre anni mi dovevano vendere per questioni di bilancio e quella mattina, quando mi ero allenato a Formello, avevo pensato “vai, anche quest’anno è andata”. E invece a fine sessione avvisarono me e Crespo che eravamo stati ceduti. La sera con Adriano Galliani ero andato come ospite a Pressing. Alla prima pausa pubblicitaria venni ripreso: “Sorridi, perché i giocatori al Milan sono solo felici”».


L’ESEMPIO DA SEGUIRE «Paolo Maldini. Quando sono arrivato a Milano e ho visto che, pur non essendo un ragazzino, andava sempre a 300 all’ora ho capito perché il Milan vinceva sempre e noi alla Lazio ci aggrappavamo a un sacco di scuse per giustificare gli insuccessi».


L’ITALIA DI GATTUSO «La ferocia di Rino non va mai in pausa: anche in vacanza invece di rilassarsi in spiaggia va a correre come un matto. Vengo apposta in Italia a Bergamo per sostenerlo. Non possiamo non qualificarci, gli azzurri devono assumersi le responsabilità».


IL RAPPORTO ALLEGRI «Quando l’ho avuto come tecnico ho discusso molto per il mio amico Pirlo: per me era inconcepibile che non fosse il perno della squadra. Per Max che arrivava da Cagliari non era facile entrare in uno spogliatoio di campioni che avevano vinto tutto ed erano a fine ciclo. Ora è molto più deciso, forte di tutte le esperienze e vittorie che ha ottenuto».

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