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Il proprietario che non si fa vedere, il presidente che non si fa sentire e l’AD che si intromette: benvenuti nel Milan targato RedBird
Prosegue l’ambizioso progetto di RedBird: il Milan diventerà grande e le proteste dei tifosi non scalfiscono il programma di Gerry Cardinale
Un proprietario che non si fa vedere, un presidente che non si fa sentire e un AD che si intromette in affari che non gli competono. Questo è il Milan targato RedBird, quello delle ambizioni fortificate, del modello americano che porta meno risultati ma più spettacolo; quello degli half-time show con luci e musica, ma non dimentichiamoci anche le cheerleader, le kiss-cam, i turisti che esultano quando si subisce un gol e a pensarci manca solo una cosa: una bella collaborazione con i New York Yankees che va a modificare il logo dell’AC Milan. Ah giusto, abbiamo assistito anche a quest’ultima.
Ma non divaghiamo e non cerchiamo di trovare scuse solo perché non capiamo il brillante programma di Gerry Cardinale: il lungimirante imprenditore partito dal suolo statunitense con il sogno di fare grande il Milan. Ma come? Il Milan era già grande? Ma quando le ha vinte 7 Champions League? Lui non lo sapeva, ma guai ad accusarlo: dopotutto siamo noi italiani a non saper vincere con intelligenza, mica come l’Inter che “dopo lo Scudetto è andata in bancarotta”…
Il Milan come un’azienda, non più un club
Una visione ampia, più aziendale, dove a decidere non c’è una sola persona ma un team intero. Spazio ai “gruppi di lavoro”, poiché se a riflettere e a prendere decisioni vi sono più teste è vantaggioso, se poi queste non sono mai d’accordo meglio ancora. Eppure questo non basta, perché Cardinale dichiarò, nel 2023, di voler diventare un «Berlusconi 2.0» ma – aggiungiamo noi – con le dovute differenze: se il leggendario ex presidente atterrò a bordo di un elicottero, il capo di RedBird, a Milanello, non lo abbiamo mai visto né sentito.
Ma sorvoliamo, d’altronde Cardinale è impegnato in una delle sue crociate più importanti: il nuovo stadio. Un impianto completamente rossonero, situato a San Donato, con mille parcheggi, cento attrazioni, cinquanta ristoranti, dieci store del club e un campo tra i più moderni in assoluto. Scaroni non ha mai perso occasione – quasi come se questo sia il suo unico argomento – per ribadire la volontà, in primis di RedBird, di costruire uno stadio indipendente e dalla tipica firma americana. Ma, allora ci si chiede, come siamo finiti a condividerne uno, tra l’altro lontano da San Siro, con l’Inter? Attendiamo risposte, esattamente come i tifosi del Tolosa.
L’importante è partecipare, non vincere
Intanto il Milan, quello sportivo intenso come squadra e allenatore, è lasciato a sé stesso poiché bisogna allontanarsi dal “paradigma del calcio europeo, dove sembra esserci questa nozione implicita che si debba spendere tutto il necessario per vincere”. Come dargli torto, d’altra parte non c’è “una correlazione diretta tra spesa e vittoria”. Vincere bene e farlo in maniera intelligente: se gli altri spendono 80 milioni per un solo giocatore, noi spendiamo la stessa cifra ma ne portiamo a casa tre o magari quattro. Ma allora, ci si chiede ancora, com’è possibile che Nkunku, ingaggiato nel giro di 48 ore dal Chelsea e pagato ben 37,5 milioni di euro, abbia floppato? Sarà certamente colpa dell’allenatore, in questo caso Allegri, nel non aver chiesto una prima punta fisica e da area di rigore…
Concludiamo con l’allenatore, giacché rappresenta l’ultima ruota del carro. In seguito all’esonero di Stefano Pioli il messaggio della proprietà fu chiaro: se la squadra è forte può essere allenata da chiunque. Il popolo rossonero chiedeva a gran voce Antonio Conte, ma perché andare sul tecnico salentino, vincitore seriale, quando si può spendere di meno e puntare su Lopetegui e Paulo Fonseca? Che bisogno c’è, poi, di stare accanto al proprio tecnico nei momenti di crisi, d’altro canto la comunicazione in America è così: zitti tutti, non si parla finché non si vince.