Editoriali
Tomori e un rinnovo che lascia dubbi: l’approfondimento sul futuro del difensore inglese
Tomori è ormai prossimi al rinnovo con il Milan fino al 2030: il prolungamento però lascia diversi dubbi. La nostra analisi
In casa Milan, la politica dei rinnovi sembra aver imboccato una strada senza ritorno: blindare il presente per non compromettere il futuro. Eppure, la notizia dell’accordo imminente tra via Aldo Rossi e l’entourage di Fikayo Tomori per un prolungamento fino al 2030 – con un ingaggio che toccherà i 4 milioni di euro, bonus inclusi – non può lasciare indifferenti. Se da un lato la dirigenza, con Furlani e Tare in testa, vuole dare continuità al progetto tecnico di Allegri, dall’altro è doveroso fermarsi a riflettere: stiamo davvero blindando un top player insostituibile o stiamo firmando un assegno in bianco a un calciatore che, da troppo tempo, vive di rendita su un passato glorioso ma lontano?
Un’eredità pesante e troppi passaggi a vuoto
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Non si può parlare di Tomori senza far scattare l’inevitabile flashback al primo anno e mezzo in rossonero. Quello era un Fikayo ai confini della perfezione: aggressivo, veloce, dominante nel recupero alto, leader silenzioso di una difesa che ha eretto un muro invalicabile verso lo scudetto del 2022. In quel momento, Tomori era il prototipo del difensore moderno. Ma da quel maggio di quattro anni fa, la parabola dell’inglese è stata tutt’altro che lineare.
Le ultime annate sono state un’altalena logorante di alti e bassi. Per ogni chiusura prodigiosa in scivolata, abbiamo dovuto assistere a clamorose amnesie tattiche, posizionamenti errati e una gestione dei momenti critici della gara che spesso ha fatto tremare i polsi ai tifosi. Nonostante nell’ultimo periodo, sotto la gestione Allegri, il ragazzo sembri aver ritrovato un livello di gioco quantomeno decoroso, le riserve permangono. Investire 4 milioni netti a stagione fino al 2030 su un profilo che non garantisce la costanza e la solidità mentale di un Maignan è un rischio calcolato o un azzardo figlio della mancanza di alternative?
La concorrenza e il fantasma della Premier
C’è poi un fattore che non va sottovalutato: il mercato. Sappiamo che la Premier League non ha mai smesso di osservare il suo “prodotto” e forse il Milan, blindandolo, vuole garantirsi un potere contrattuale superiore in caso di cessione. Ma un contratto così oneroso e lungo rischia di diventare una prigione dorata se il rendimento non dovesse supportare la spesa. A 28 anni, Tomori entra nella piena maturità, ma il timore è che il suo “picco” sia stato già toccato durante la cavalcata tricolore con Pioli.
L’ombra di Mario Gila e il ritorno di fiamma per profili come Dragusin dimostrano che la dirigenza sa che serve qualcosa di più. Perché allora vincolarsi per i prossimi quattro anni a cifre da top di reparto? La sensazione è che si voglia premiare l’uomo e l’attaccamento alla maglia, aspetti nobili ma che nel calcio cinico del 2026 rischiano di passare in secondo piano rispetto alla spietata analisi delle prestazioni.
Il verdetto spetta al rettangolo verde
La risposta definitiva, come sempre, non arriverà dagli uffici ma dal campo. I prossimi mesi saranno lo spartiacque della carriera di Fikayo. Con il Mondiale 2026 nel mirino e la speranza di strappare finalmente una convocazione stabile con l’Inghilterra, Tomori dovrà dimostrare di aver cancellato quelle pause di riflessione che ne hanno condizionato la crescita.
Se sarà capace di tornare il muro del 2022, allora il rinnovo sarà l’ennesimo capolavoro di questa dirigenza. Se invece continueremo a vedere il Tomori incerto degli ultimi due anni, quel contratto fino al 2030 diventerà un fardello pesante per le casse rossonere. Al momento, il beneficio del dubbio è d’obbligo, ma la fiducia non è più incondizionata.