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Sacchi: «Rossi? Molto simile a Pippo Inzaghi ma con qualità superiori»

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Sacchi ha parlato alla Gazzetta dello sport in occasione della scomparsa di Paolo Rossi che il tecnico ricorda con grande affetto

Sacchi ha parlato alla Gazzetta dello sport in occasione della scomparsa di Paolo Rossi che il tecnico ricorda con grande affetto.

ATIPICO- «Non rientrava nella cultura calcistica italiana. Un atipico».

CENTRAVANNTI DIVERSO- «Eravamo abituati, da sempre, a punte centrali alte e potenti. Energumeni, lo dico senza connotazioni negative, che sfondavano le difese avversarie a forza di cannonate. Tutto il calcio era così, con rare eccezioni».

AL VICENZA- «Lui trovò l’ambiente ideale al Vicenza. Gibì Fabbri lo impostò da centravanti, prima faceva l’ala destra. Paolo, dove non arrivava con il fisico e con la potenza, arrivava con l’astuzia e con un tempismo che raramente ho visto. E poi aveva un’ottima tecnica di base: se c’era da dribblare lo stopper non si tirava mica indietro».

TRE DOTI FONDAMENTALI- «Diciamo che non era uno specialista del ruolo. Perlomeno non lo era per come quel ruolo era sempre stato interpretato. Se pensi ai Riva, ai Boninsegna e ai Chinaglia, cioè alla generazione di attaccanti che lo ha preceduto, c’è un abisso. Pablito aveva tre doti che per un calciatore sono fondamentali: mobilità, intuizione e capacità di smarcamento. Per i centrocampisti che giocavano con lui era facile trovarlo: lui sapeva sempre dove mettersi
per ricevere il passaggio».

COME UNA FARFALLA- «Una farfalla. Leggero, agile, imprevedibile quando stazionava nei pressi della porta avversaria. I difensori non sapevano mai come marcarlo, perché lui ne anticipava le intenzioni. Era furbo, scattante, ti superava con un gesto rapido e improvviso e ti lasciava di sasso. Credo che con Pablito sia cominciata l’era moderna dei centravanti. Ha avuto un merito speciale e questo non va dimenticato: ha regalato orizzonti di speranza a tutti i calciatori e anche agli allenatori e alle società».

SUPER ATLETA- «Beh, intanto ha fatto capire a chi voleva fare il centravanti che non era necessario essere alti un metro e ottanta e avere muscoli da super atleta. Agli allenatori, e prima ancora alle società, ha lanciato un messaggio: si può giocare anche con un centravanti piccolo e rapido, non c’è bisogno di spendere soldi per andarne ad acquistare uno grande e grosso».

MAI FERMO- «La mobilità. Non stava mai fermo. Lo trovavi a destra e a sinistra, veniva incontro e andava in profondità. E poi, anche se era mingherlino, sapeva proteggere bene il pallone e così la squadra poteva salire. Era rapido, non consentiva agli avversari un attimo di distrazione. Guardate quello che ha combinato contro il Brasile nell’82: tre gol e tutti realizzati in modo diverso. Il primo di testa, il secondo rubando il pallone a un difensore, il terzo di rapina davanti alla porta. Incredibile. Ha regalato felicità a un intero Paese e per questo motivo tutti dobbiamo dirgli grazie. Lui amava il calcio e il calcio, in quell’occasione e in tante altre, ha amato Pablito. I brasiliani un po’ meno, ma questo è un altro discorso… Pablito è diventato un’icona dell’Italia nel mondo: non è poco. Anzi: è tanto, tantissimo».

CALCIO SPORT DEMOCRATICO- «Lui dimostrava con i fatti che il calcio è uno sport democratico: lo possono praticare tutti, quelli bassi e quelli alti, quelli muscolosi e quelli che non lo sono. A pallacanestro, ad esempio, uno basso non può giocare. A calcio, invece, Maradona era un fenomeno e non so se arrivava al metro e settanta. E Pablito pure. Stava in mezzo all’area, marcato da stopper
che erano il doppio di lui, e sapeva come superarli».

A CHI SOMIGLIAVA- «Sicuramente Pippo Inzaghi. Rapidità, furbizia, scatto bruciante. Centravanti moderni, insomma. Ma Paolo, tecnicamente, aveva qualità superiori a quelle di Pippo».