Cardinale a CNBC: «Il Milan deve tornare ai vertici del calcio europeo, il nuovo stadio sarà fondamentale. Quando ho preso il club...»
HANNO DETTO

Cardinale a CNBC: «Il Milan deve tornare ai vertici del calcio europeo, il nuovo stadio sarà fondamentale. Quando ho preso il club…»

Cardinale racconta le strategie per il futuro rossonero: dal progetto del nuovo impianto alla rivoluzione societaria, passando per gli investimenti, la crescita commerciale e la necessità di colmare il divario con la Premier League. «Non consegnerò mai più le chiavi a nessuno: sarò sempre operativo e presente in prima persona»

Gerry Cardinale, proprietario del Milan e fondatore di RedBird, ha rilasciato una lunga intervista a ClassCNBC, emittente televisiva dedicata all’informazione economica e finanziaria internazionale, attiva 24 ore su 24.

Nel corso della conversazione, Cardinale ha affrontato diversi temi legati al presente e soprattutto al futuro del club rossonero: il nuovo stadio, la valorizzazione del marchio Milan, il divario economico con la Premier League, la situazione finanziaria, gli investimenti e la riorganizzazione dell’area sportiva.

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Il numero uno di RedBird ha inoltre fatto un bilancio dei primi quattro anni alla guida della società, soffermandosi sugli errori commessi e sulle strategie che intende adottare per riportare il Milan ai vertici del calcio internazionale. Ecco tutte le sue dichiarazioni.

Che significato assume il progetto del nuovo stadio nel percorso di crescita del Milan?

«È un percorso lungo: siamo proprietari del club da quattro anni e abbiamo avviato questo piano fin dal primo giorno, consapevoli del fatto che, per riportare il Milan dove merita di stare, cioè ai vertici della Serie A e dell’elite europea, serva trasformare ogni singolo aspetto: l’evento dal vivo, l’esperienza per i tifosi, le infrastrutture per i calciatori. È tutto un ecosistema che va rinnovato e modernizzato per restare al passo coi tempi. Abbiamo un rispetto enorme per la storia e la cultura che San Siro incarna, ma il nostro obiettivo è riportare in alto il Milan. Se vogliamo che lo stadio sia un omaggio alla tradizione e all’eredità di uno dei marchi più importanti dello sport mondiale, anche le infrastrutture e il nuovo impianto devono evolvere di pari passo: è questo il cuore del progetto fin dal giorno zero».

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Come si può custodire l’identità storica del Milan accompagnandola verso una nuova fase di sviluppo?

«È un’ottima domanda, ci pensiamo continuamente. Alla fine c’è l’infrastruttura e poi c’è il modo in cui la fai vivere: l’hardware e il software. La risposta risiede tutta nel software. E il software sono le persone, i tifosi, quell’elettricità unica. Un’energia che, persino per un americano come me, abituato allo sport USA ai massimi livelli, quando la vivi a San Siro assieme alla gente, non ha eguali al mondo. Credo che qualsiasi americano lo confermerebbe. Noi possiamo portare il nostro modello strategico, ma funziona solo se portiamo un rispetto profondo per questo patrimonio. Ci confrontiamo con la comunità per capire cosa sia davvero fondamentale: c’è una storia leggendaria qui e faremo di tutto per essere all’altezza di un nome iconico come San Siro».

In che modo sport e intrattenimento possono convivere all’interno di un unico modello di business?

«Sport e intrattenimento sono sempre più intrecciati. Il motivo? I costi dei diritti TV e le valutazioni dei club sono cresciuti a tal punto che l’intrattenimento diventa indispensabile per sostenere la parte sportiva. Ma la vera ragione per cui facciamo tutto questo è colmare il gap economico con la Premier League. Il segreto del calcio europeo è che la Premier ha preso il largo rispetto al resto del continente, e noi in Europa siamo tutti sulla stessa barca. È un problema generale dello sport, presente anche negli Stati Uniti: la forbice tra grandi e piccoli mercati, tra club ricchi e meno abbienti, continua ad allargarsi a causa dei diritti media. L’intrattenimento, se gestito nel modo giusto e senza mai perdere di vista la centralità del campo, è la leva fondamentale per generare le risorse necessarie a finanziare la squadra competitiva».

Quali sono gli interventi necessari per ridurre il divario con il campionato inglese: bastano nuovi stadi e infrastrutture o serve una rivoluzione più ampia?

«È l’insieme di tutte le cose. Partiamo da un presupposto molto semplice: il calcio italiano ha un bisogno assoluto di cambiare, e questo cambiamento deve fare da volano per tutto l’ecosistema. C’è un’enorme mole di lavoro da fare, e come Milan abbiamo la responsabilità di essere la pace car, il punto di riferimento per il cambiamento e l’innovazione. Termini che spesso spaventano molte persone, ma che, se incanalati e gestiti bene, rappresentano un bene enorme. È lo stesso concetto di ciò che stiamo facendo a Hollywood in questo momento: spesso chi detiene il potere consolida lo status quo e non vuole né cambiamenti né innovazioni, non si sveglia la mattina con il senso dell’urgenza. Ma se non lo fai, poi succede che Netflix travolge Hollywood, e la Premier League prende il sopravvento sui campionati continentali. Il nostro lavoro e il nostro approccio agli investimenti consistono proprio nell’entrare in questi ecosistemi per innovarli. Farlo con un club come il Milan è un grande privilegio e un’opportunità straordinaria, perché portiamo un profondo rispetto per quello che è stato, con l’obiettivo di riportarlo ai livelli del passato».

Come giudica la situazione economica del Milan dopo l’immissione di 50 milioni di euro di capitale? Sono previsti nuovi interventi finanziari da parte della proprietà?

«Quello che posso dire è che continuiamo a essere padroni della nostra salute finanziaria. La decisione di chiudere in rosso quest’estate è stata una mia scelta precisa, presa il giorno successivo alla nostra eliminazione dalla Champions League, quando ho assunto il controllo operativo diretto del club. Guardando come stavano andando le cose negli ultimi quattro anni, ho capito che era arrivato il momento di fare un vero cambiamento. E non ero disposto ad applicare modifiche strutturali nel giro di pochissime settimane, tra la fine della stagione e l’apertura del mercato, come fanno quasi tutti i club. Non volevo delegare a una struttura esterna una rivoluzione di questo tipo in tempi così stretti: sono decisioni organizzative troppo importanti, così ho deciso di intervenire personalmente. Contestualmente, ho scelto di ristrutturare e rifondare l’area sportiva. Abbiamo mantenuto e valorizzato diversi giocatori importanti, ne abbiamo inseriti di nuovi e abbiamo abbassato l’età media della rosa. La realtà è che, esattamente come accade per i diritti TV, c’è stata una forte inflazione per quanto riguarda gli ingaggi dei calciatori: sta a noi decidere se vogliamo competere per vincere, e dobbiamo accettare queste dinamiche. Per quest’anno abbiamo scelto di andare in rosso, ma rientreremo molto rapidamente nei parametri non appena avremo consolidato l’assetto organizzativo, gestendo al meglio le operazioni di mercato in entrata e in uscita e mantenendo il passo sul piano commerciale. Negli ultimi tempi mi sono concentrato moltissimo sull’aspetto sportivo e calcistico, ma portiamo un enorme bagaglio di competenze anche nel settore business. Quando abbiamo acquistato il club nel 2022, il fatturato si attestava intorno ai 280 milioni; lo abbiamo portato a oltre 400 milioni e possiamo fare ancora tantissimo, fermo restando che il nuovo stadio darà un’ulteriore, fondamentale spinta in questa direzione».

Quanto è soddisfatto dell’esperienza alla guida del Milan e quanto pesa, al momento, la mancanza di risultati sportivi?

«Continuano a farmi domande del tipo: ‘Ti stai divertendo? Sei felice?’. La mia è una risposta contrastante: sono felice quando vinciamo, mi diverto quando vinciamo, e al momento non stiamo vincendo abbastanza. Detto questo, questa è stata in assoluto la sfida più difficile che io abbia mai affrontato nella mia vita, e io amo sfide di questa portata. Le implicazioni di un eventuale successo qui sono monumentali, e l’effetto onda che ne deriverebbe per la comunità locale, per il Paese, per il campionato e per l’intero panorama calcistico sarebbe davvero profondo. Lo stadio, tanto per fare un esempio concreto, rappresenta un messaggio al mondo e al calcio internazionale di primaria importanza, in particolare per la Serie A e per l’Italia, proprio in un momento storico in cui il movimento non sta rendendo a livello della sua gloriosa tradizione. Per noi, poterci porre come leader a livello globale con un’infrastruttura di questo tipo e con ciò che rappresenta per il futuro è un obiettivo fondamentale».

In futuro continuerà a seguire direttamente la gestione del Milan oppure pensa di affidare maggiori responsabilità a un dirigente di riferimento per l’area sportiva?

«È un’ottima domanda. Ho voluto chiarire due concetti fondamentali. Il primo: non consegnerò mai più le chiavi a nessuno. D’ora in avanti sarò sempre operativo e presente in prima persona. Questa realtà è troppo importante e posso dare un contributo troppo grande perché non sia così. La seconda cosa, però, è che intendo fare ciò che è il mio mestiere: uno dei miei compiti principali è il design organizzativo, e il nostro obiettivo è costruire una struttura calcistica di livello mondiale. Per quello che rappresentiamo e per la storia del Milan, dobbiamo essere in grado di attrarre i migliori professionisti su piazza, ed è esattamente quello che faremo. Quindi porteremo avanti entrambe le cose».

Sono già stati individuati i possibili candidati per i ruoli dirigenziali che dovranno guidare la nuova struttura sportiva?

«È una domanda che mi fanno continuamente. Ma non si tratta semplicemente di fare un nome, ed è curioso notare come nel dibattito calcistico si cerchi sempre lo scoop sul singolo personaggio. Io dico che ciò che conta davvero è la progettazione, l’architettura organizzativa, quello che stiamo andando a costruire. Sui nomi posso solo dire che sì, ho dei profili in mente, ma diventeranno operativi solo all’interno e in funzione del modello societario che stiamo disegnando, ed è su questo che sono totalmente concentrato».

Quanto è cresciuta la sua conoscenza del mercato calcistico e quanto partecipa personalmente alle scelte sui giocatori?

«Beh, sì. Se un anno fa mi avessero detto che avrei passato il tempo a guardare video, a interfacciarmi con gli scout e con i nostri collaboratori dell’area tecnica, ne sarei rimasto alquanto sorpreso, ma è una cosa che ormai mi è entrata sotto la pelle. La curva di apprendimento è stata ripidissima, ma del resto, se guardate a ciò che ho fatto con RedBird e nel corso della mia carriera, si tratta sempre di costruire organizzazioni fatte di persone di altissimo livello. Significa saper negoziare, saper gestire le valutazioni economiche, fare in modo che le persone remino tutte nella stessa direzione per raggiungere l’obiettivo prefissato. È esattamente di questo che vive il calcio, ed è questo che ne determina il successo. Non c’è alcuna differenza rispetto a quello che facciamo nel mondo corporate. Si tratta di fare le cose nel modo giusto, di costruire un’organizzazione solida: e non basta vincere, non basta il nome altisonante del momento, bisogna farlo con continuità. Significa creare una struttura che sappia evolversi costantemente, perché il mondo non si ferma ad aspettarti. La Premier League continuerà a rafforzarsi, e il nostro compito è tenere il passo».

Dopo quattro anni alla guida del club rossonero, quali aspetti del percorso intrapreso considera positivi e quali scelte avrebbe gestito diversamente?

«Il senno di poi è meraviglioso, si sa. Se potessi ricominciare da capo, vorrei avere oggi la stessa consapevolezza che ho maturato in questi quattro anni. Quando abbiamo acquistato il club quattro anni fa, aveva appena vinto lo Scudetto e pensavo che la parte sportiva e calcistica fosse già a posto e funzionasse alla perfezione; così mi sono concentrato su altre priorità, come il nuovo stadio e lo sviluppo commerciale. La realtà è che devi occuparti di entrambe le cose contemporaneamente e non puoi dare per scontato che il campo sia in ordine. Quindi, se tornassi indietro, per quanto la curva di apprendimento sia stata ripidissima, avrei dedicato alla parte sportiva, fin dal primo giorno, lo stesso identico tempo che ci sto mettendo adesso. Ma il vantaggio di aver percorso questa strada è che oggi comprendo perfettamente ciò che va fatto. Il tempo che ho trascorso quest’estate gestendo in prima persona il club mi ha dato l’opportunità di capire esattamente quali figure inserire nella nuova struttura dell’area tecnica. Del lato commerciale mi occuperei a occhi chiusi; il mondo del calcio ha invece una sua componente di arte e di scienza, e adesso ho finalmente scalato quella curva di apprendimento. Mettendo insieme questi due elementi, la somma delle parti sarà decisamente superiore al totale».

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