HANNO DETTO
Caldara si confessa a Sky: «L’infortunio al crociato è stato il più difficile. Al Milan volevo dimostrare questo»
Caldara, intervistato a Sky, ha parlato così del suo addio al calcio e svelato alcuni dettagli sul suo arrivo al Milan
Mattia Caldara, ex promessa del calcio italiano e difensore che ha vestito tra le altre la maglia del Milan, ha parlato ai microfoni di Sky Sport per spiegare i motivi del suo addio precoce all’attività agonistica. Il giocatore ha recentemente commosso il mondo del web pubblicando una lettera d’addio al calcio, un progetto nato quasi per esigenza terapeutica dopo mesi di riflessione. «Sono stati due mesi impegnativi a livello mentale perché sapevo che avrei smesso ma non pensavo così presto», ha ammesso Caldara, sottolineando come la decisione sia stata presa per il bene della propria famiglia dopo aver somatizzato la fine di un percorso durato una vita.
Il difensore ha voluto ringraziare il calcio dedicandogli parole dal cuore, un modo per “lasciare andare” una parte di se stesso e ritrovare la serenità necessaria per affrontare il futuro, che lo vedrà comunque impegnato in ruoli diversi ma sempre legati al rettangolo verde. Nonostante la carriera sia stata costellata da rimpianti per quello che poteva essere, specialmente durante l’esperienza rossonera, Caldara si dice oggi in pace con la sua scelta.
Caldara, il dramma degli infortuni: «Mi sono sentito sottoterra»
Il momento più toccante dell’intervista ha riguardato la gestione dei gravi traumi fisici che ne hanno condizionato l’ascesa. Caldara ha ricordato con amarezza il periodo in cui cercava di affermarsi lontano dall’Atalanta, proprio quando il fisico ha iniziato a tradirlo. Se il primo infortunio è stato vissuto come un ostacolo puramente atletico, il secondo — la rottura del crociato appena rientrato — ha rappresentato una mazzata psicologica devastante.
Le sue parole descrivono perfettamente il senso di impotenza di un atleta d’alto livello: «Mi sono sentito sottoterra per la prima volta. Ero appena rientrato, dopo sei mesi mi sentivo finalmente come prima e quello è stato il momento più duro di tutta la carriera». Nonostante il dolore e la sensazione di essere “in svantaggio” rispetto ai compagni, la passione per il gioco gli ha permesso di lottare fino all’ultimo, prima di capire che era giunto il momento di dire basta. Il suo racconto resta una testimonianza di quanto sia sottile il filo che lega il successo professionale alla fragilità fisica nel calcio moderno.

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