Ahi servo Milan, di dolore ostello: nave senza nocchiere in gran tempesta

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Speranze naufragate, patimenti incessanti: nel Milan non alberga altro che dolore da tanto, ormai troppo tempo

Nel sesto canto del Purgatorio Dante da sfogo ad un’amara invettiva nei confronti dell’Italia, abbandonata da troppo tempo a sé stessa e malata di malgoverno. «Ahi servo Milan, di dolore ostello: nave senza nocchiere in gran tempesta», provando a sostituire la nostra penisola con un altro soggetto, potremo convenire che il risultato o quantomeno il senso non si discosti di molto dall’originale. Speranze naufragate e patimenti incessanti: da tanto tempo ormai nel club rossonero non alberga altro che dolore. L’ultima vicenda, con il virtuale licenziamento di Boban e l’ennesima rivoluzione societaria messa in atto, è solo l’ennesima coltellata al petto per i tifosi del Diavolo.

Dante invita l’Italia, nel suo canto, a guardare entro i suoi confini, per scoprire che non c’è parte di essa che gode la pace. Lo stesso si può amaramente constatare all’interno del Milan. A tal punto che qualche sostenitore potrebbe cominciare a chiedersi a che scopo tanti anni fa i migliori interpreti del panorama calcistico mondiale (dai giocatori agli allenatori, dai presidenti ai dirigenti) abbiano contribuito a costruire una delle strutture più celebri e invidiate di sempre. Ugualmente vediamo poi che l’Alighieri si interroga sull’utilità delle leggi ordinate dal lontano Giustiniano, dal momento che poi nessuno dopo di lui ha provato a metterle in pratica.

Allora forse, come gli italiani avrebbero dovuto impedire che il paese andasse in rovina, affidato a gente incapace, anche i milanisti dovrebbero alzare sempre più la voce: perché se Dante accusa Alberto I d’Asburgo di aver abbandonato l’Italia, una simile responsabilità può essere attribuita alle figure di potere, proprietari del Milan i quali negli ultimi tempi hanno lasciato che l’amato Diavolo, proprio come lo stivale, diventasse una bestia indomabile e selvaggia, condotta a mano per le briglie e non tenuta a bada dagli sproni.

Tanto il lamento risulta più forte e i toni dell’invettiva assumono sfumature più aspre, quanto più forti vuol dire che sono l’affetto e la compassione per il soggetto in questione. Vengano i responsabili, uno per uno, poiché non è certamente Elliott il primo, l’ultimo né l’unico male capitato ai colori rossoneri.

Vengano i responsabili (inutile nominarli) a vedere come anno dopo anno si alternano dirigenti, allenatori, giocatori con un ritmo e una frequenza disarmante. Vengano a vedere come il litigio finale, le fratture e i progetti stravolti sono gli unici comuni denominatori delle ultime stagioni milaniste. E come Dante faceva di Firenze, nei versi finali della sua invettiva, un’ammalata che non trova riposo nel letto e cerca di lenire le sue sofferenze rigirandosi di continuo, lo stesso si può dire del caro vecchio Milan, coperto ormai da troppe ferite per poter godere di un sereno riposo.