ESCLUSIVA MN24 – Bucchioni: «Arnault? Anche il Milan è brand di lusso»

Bucchioni
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La redazione di Mlannews24 ha raccolto in esclusiva le parole di Enzo Bucchioni, il quale si è espresso anche riguardo Arnault, i dettagli

La redazione Milannews24 ha raccolto in esclusiva le parole di Enzo Bucchioni, storico giornalista, opinionista e commentatore televisivo, il quale si è pronunciato riguardo diversi punti d’attualità. Ecco le sue parole:

Signor Bucchioni, in momenti come questi, la salute ha inevitabilmente priorità rispetto al calcio: dal punto di vista professionale, come cambia l’attività legata al giornalismo? Come vive la propria “quarantena”, un giornalista?

«Momenti difficili è dire poco. Una situazione del genere nessuno l’aveva mai vissuta prima. I giornalisti sul campo fanno un lavoro eccezionale per continuare a fornire un servizio fondamentale, in prima linea, mettendo a rischio anche la propria salute visto quanto è subdolo questo virus. Sullo sport, anche se non si gioca, il dibattito è sempre vivo, i temi non mancano anche se tutto sembra più lontano e i pensieri sono altri, tutto condizionato da questo dramma collettivo che stiamo vivendo. Per fortuna, in questa “quarantena”, un aiuto viene dalle tecnologie, da Skype per i collegamenti tv, le radio funzionano, i social di questi tempi sono utili e perfino migliorati. E’ cresciuta la coscienza collettiva.  E poi c’è maggiore attenzione ai giornali online. Ma è per tutti anche il tempo della riflessione, è il momento per un lavoro su noi stessi, sui valori, sulle priorità. E’ il momento del dubbio e il dubbio aiuta a crescere».

Quest’emergenza si sta rivelando tale anche da un punto di vista economico per il nostro calcio: quali risvolti, secondo il Suo parere, potrà suscitare anche sul calciomercato estivo? Si sentirebbe di concordare con un’eventuale estensione della sessione sino al 31/12?
«L’emergenza economica è totale e coinvolge anche il calcio. Attenzione però. Il calcio nei guai c’era già. Due miliardi e mezzo di buco nei bilanci delle società di serie A c’erano già prima del Coronavirus, non voglio sentire dirigenti piangere e chiedere aiuto allo Stato. Le priorità dello Stato sono altre. Il calcio ha vissuto e vive al di sopra delle possibilità, è malato di gigantismo e di cattiva gestione. E’ il momento delle riforme, delle ristrutturazioni, c’è da cambiare un modo di gestire che non funziona: il calcio si deve salvare da solo. Se il costo del lavoro incide sul settanta per cento, è evidente che i giocatori sono pagati troppo e su questo bisognerà intervenire pesantemente. Sono stati intelligenti i giocatori della Juve a capire ed è stata convincente la Juve a proporre lo stop a quattro mesi di stipendi. Logico e bello. Non era scontato, non sarà facile esportare lo stesso modello in altre realtà. Ma anche il mercato andrà ridimensionato, il valore drogato dei giocatori sarà ridimensionato. Il mercato lungo? Fatico a capirne i benefici. Gli affari si fanno quasi sempre all’inizio o nell’ultima settimana, il resto sono spesso tempi morti. A meno che qualcuno non voglia più mesi a disposizione  per continuare scambi fasulli e organizzare plusvalenze di comodo. Per me quel tempo è finito».
Ammesso e non concesso che, questa travagliata stagione di serie A, riesca a concludersi, sarebbe favorevole ad ipotetici playoff/playout per l’assegnazione delle posizioni finali in classifica? Come valuterebbe la disputa delle ultime dodici giornate a porte chiuse?
«Il calcio sta sperando disperatamente di chiudere la stagione perché, altrimenti, a rosso aggiungeresti rosso… Sono ancora da giocare 124 partite, non dieci, e mi sembra difficilissimo, purtroppo, che la stagione possa chiudersi in maniera normale, almeno entro il quindici luglio. Non giocare però significherebbe perdere altri 700 milioni, più o meno, fra diritti tv, sponsor, incassi e quant’altro, però cambiare le regole in corsa inventandosi playoff e playout non mi sembra giusto. La stagione è falsata da un evento epocale. Anche se dovessero tornare in campo non sarà più lo stesso campionato, non sappiamo che squadre troveremo, quanto possa aver inciso la sosta sui muscoli e questo dramma sulla psiche dei giocatori. Se non ci fossero di mezzo i soldi sarebbe giusto chiudere qui, rinviare tutto all’anno prossimo, senza assegnare lo scudetto (la Juve ha già detto che non lo vuole) e dare all’Uefa le prime sei per le coppe. Se però si riuscirà a ripartire, anche a porte chiuse, vorrebbe dire che l’epidemia è stata circoscritta. Sta finendo. Dobbiamo augurarcelo per il calcio, ma soprattutto per la vita e la salute di tutti».
Inoltre, una considerazione riguardo la situazione vissuta a Casa Milan: come giudicherebbe l’eventuale scelta Rangnick per la panchina rossonera? Pensa la trattativa con Arnault sia definitivamente arenata per ciò che concerne un’ipotetica cessione societaria?
«Anche il Milan stava attraversando un momento difficile, dal punto di vista economico, ancora prima del Coronavirus.  Tre anni di scelte sbagliate, troppi dirigenti e allenatori cambiati, i conti sempre fuori controllo, hanno indotto il fondo Elliott a pensare a un modello stile Salisburgo o Lipsia, ricerca e valorizzazione di giovani, stipendi moderati. E siccome il profeta di quel tipo di progetto è Rangnick, se questa è l’idea, giusto prendere lui. Dovranno però dire chiaro e tondo ai tifosi che un piano di questo tipo ha bisogno di tempo e i giocatori andranno aspettati. E’ un piano da Milan minore, ma questi sono i tempi. Arnault? L’esperienza mi ha insegnato che spesso smentite e rismentite nascondano verità. Il brand Milan sembra perfetto per un gruppo come quello di Arnault. In fondo anche il Milan è un marchio di lusso nel calcio. Se però Elliott ci vuole guadagnare e, soprattutto, se è vero che valuta il Milan un miliardo, non scappa solo Arnault, per me non lo compra nessuno. E questo è il problema. Il Milan avrebbe bisogno di una proprietà solida, presente, capace di riportare passione, e non di un asettico fondo che pensa solo al business».
Capitolo contratti in scadenza: senza una proroga, il Milan il prossimo 30 giungo potrebbe salutare sia Bonaventura che Ibra. La trova la scelta più giusta per una squadra che per l’ennesima volta è pronta ad aprire un nuovo ciclo?
«Se il modello è il calcio di Rangnick, non vedo futuro per giocatori che guadagnano molto e sono avanti con gli anni. Sono fuori del progetto. Ibra serviva per portare carisma e dare qualcosa nell’immediato, ve lo immaginate in mezzo a una squadra giovane? Anche no. Bonaventura è un giocatore duttile che prenderei sempre, ma a 31 anni con più di due milioni di ingaggio la vedo dura strappare un altro contratto…ma secondo me venderanno anche Donnarumma che può essere una plusvalenza straordinaria e un ingaggio top da cassare…e’ il nuovo corso…».