Cutrone: «Gattuso sa darci gli stimoli giusti. Quella volta che finii sotto i ferri…»

Cutrone
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Cutrone continua ad allenarsi e a sognare quel posto da titolare che un giorno arriverà insieme ad altre mille soddisfazioni

Cutrone ed il Milan, un amore nato tanti anni fa e proseguito nel migliore dei modi per entrambi: il pallone, l’incontro, la crescita e la svolta. Oggi il ragazzo, appena ventuenne, vive ciò che tanti coetanei ancora e sognano e forse sogneranno per sempre. Arrivare a giocare nella prima squadra del Milan passando dalla Primavera è una di quelle fortune che capitano a pochi nel mondo, tuttavia alle spalle c’è tanto lavoro, tanto impegno e molti sacrifici. Per questo motivo L’attaccante ha rilasciato un’intervista al quotidiano La Repubblica, nella quale, più che concentrarsi sull’attualità del mondo rossonero, si è raccontato soprattutto a livello personale, svelando anche alcuni curiosi retroscena sul suo inizio di carriera. Il presente invece racconta di un ragazzo giovane ma con tanta voglia di crescere e di diventare importante per il popolo rossonero che già lo ama ma che ancora lo aspetta per consegnarlo alle leggende.

INDIETRO NEL TEMPO- «A 14 anni, mi ferii per prendere un pallone in un villaggio vacanze, in Puglia. Per scavalcare, mi faccio un taglio sotto l’ascella. Continuo a giocare, ma un mese dopo mi viene l’infezione a Manchester, durante un torneo. Vengo operato in anestesia totale da un medico sikh, poi mi metto a pregare De Vecchi, l’allenatore: “Mister, mi dia qualche minuto in finale”. Non potevo mancare all’Old Trafford, stadio mitico. Come San Siro, spero che Milan e Inter non si spostino; si respira la storia, sensazione indescrivibile, fin dalla prima volta».

SU GATTUSO- «Sa darci gli stimoli giusti, il Milan gioca bene. Allenarti per migliorare è l’unico modo per convincerlo a farti giocare di più».

UN PREDESTINATO: «Idoli? Chi fa tanti gol. Morata, Inzaghi, Van Persie, Suarez. Però anche Maldini. Una volta venne a prendere suo figlio Christian: gli tesi il foglietto per l’autografo, non riuscivo a parlare».