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Editoriali

Milan Parma, niente lamentele: del resto Loftus-Cheek è ancora vivo…

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Loftus-Cheek

Milan Parma, non resta che l’ironia: decisioni assurde a San Siro nella seconda sconfitta stagionale dei rossoneri. L’analisi

Sia chiaro a tutti: l’Inter è meritatamente in testa alla classifica. I nerazzurri corrono, segnano e dominano. Ma se il cammino del Milan di Allegri somiglia sempre più a un percorso a ostacoli disegnato da un sadico sceneggiatore di film horror, forse due domande è il caso di farsele. Oppure no. Forse, come ci suggerisce sottilmente il vento che spira dalle parti dell’AIA, dovremmo semplicemente imparare l’arte della resilienza estrema.

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Prendiamo l’episodio che ha visto protagonista Ruben Loftus-Cheek. Il centrocampista inglese è stato letteralmente travolto dal portiere del Parma, Corvi. Un impatto devastante, da codice penale o quantomeno da sport da combattimento, che ha spedito l’ex Chelsea all’ospedale con la mascella fratturata e la rottura dei denti superiori. Rigore? Espulsione? Ma per carità, non siamo sentimentali. L’arbitro Piccinini e la sala VAR devono aver pensato che, in fondo, Loftus-Cheek è ancora vivo. Finché non c’è il referto del medico legale, perché fischiare? Del resto, se il portiere esce “imprudente” e distrugge l’avversario ma tocca – forse, chissà – un atomo di pallone, va tutto bene. È calcio maschio, dicono. Noi diciamo che se fosse successo a parti invertite, avremmo assistito a un’interrogazione parlamentare immediata.


Milan Parma: il protocollo a “sentimento” e il gol di Troilo

Il capolavoro barocco della serata arriva all’80’, con il gol decisivo di Troilo. Un’azione che è un compendio di tutto ciò che il regolamento vieterebbe, ma che per il magico mondo del VAR diventa improvvisamente legale. In un colpo solo abbiamo: un blocco cestistico di Valenti su Maignan (che impedisce al portiere di calcolare persino la gravità) e lo stacco di Troilo che, per sovrastare Bartesaghi, decide di usarne le spalle come fossero un trampolino elastico.

Piccinini, in un barlume di lucidità, inizialmente annulla. Poi scatta il protocollo “a caso”. Il VAR lo richiama, lui guarda il monitor per un tempo infinito e alla fine decide che sì, il gol è regolare. Perché il contatto su Mike è “lieve” e l’affossamento di Bartesaghi è “fisicità”. Incredibile come il protocollo diventi elastico quando si tratta di smentire una decisione corretta presa dal campo. Ormai il VAR non corregge il “chiaro ed evidente errore”, ma sembra impegnato a creare “chiari ed evidenti dubbi” dove non ce ne sono.

E che dire della disparità di trattamento? In Milan-Como abbiamo visto Allegri espulso per una protesta, mentre Fabregas passeggiava indisturbato fuori dall’area tecnica. In Pisa-Milan abbiamo assistito all’espulsione “fantozziana” di Rabiot. A San Siro, contro il Parma, la gestione dei cartellini ha seguito lo stesso spartito: ammonizioni chirurgiche per i rossoneri e una tolleranza francescana per le entrate sistematiche dei ducali.


Scherzi a parte – e l’ironia è l’unica arma rimasta per non soccombere al fegato amaro – la situazione è preoccupante. Il Milan non deve nascondersi dietro agli alibi, ma il condizionamento di questi episodi sul cammino stagionale è innegabile. Ora mancano 12 partite. Dodici finali in cui i rossoneri dovranno essere più forti di tutto e di tutti. La qualificazione alla prossima Champions League è l’obiettivo minimo vitale per il club. Bisognerà raccogliere ogni singolo punto disponibile, gettando il cuore oltre l’ostacolo e dimostrando sul campo di meritare ciò che troppo spesso, quest’anno, è stato tolto da un fischietto distratto. AIA permettendo, s’intende.

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