Albertini SVELA: «Il mio sogno sarebbe stato questo»
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Albertini SVELA: «Il mio sogno sarebbe stato questo. Sacchi? Era maniacale…»

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Demetrio Albertini

Demetrio Albertini, ex calciatore rossonero, si è raccontato a Unlocker Room – The Rossoneri Podcast. Le sue parole

Demetrio Albertini si è raccontato ai microfoni di Unlocker Room – The Rossoneri Podcast. Ecco di seguito le parole dell’ex Milan:

PRIMI CALCI AL PALLONE«Mi ricordo che ero all’asilo e mio fratello sacerdote, che è 4 anni più grande di me mi accompagnava all’insaputa di mia mamma per portarmi a giocare contro le squadre degli altri paesi. Il mio primo allenatore è stato mio padre, e quando non giocavo bene lui fischiava, era un segnale personale e mi innervosivo (ride ndr), anche quando giocavo a San Siro lo faceva. Il calcio di oggi è cambiato, le generazioni sono diverse, ho iniziato nell’oratorio e ai tempi non esistevano nemmeno gli osservatori, c’erano gli amici che avevano conoscenze e ti mettevano in contatto con le società. Dopo quell’esperienza andai a Seregno, ho fatto 6 mesi lì per poi andare al Milan a 10 anni. Ricordo un primo torneo dove vincemmo 7-0 contro l’Inter, è uno dei miei primi ricordi da bambino in rossonero».

ARRIVO AL MILAN – «Non sentivo la pressione, era la bellezza di giocare al calcio, dovete sapere che durante i miei trascorsi nel Settore Giovanile del Milan ho portato indietro due volte la borsa. Un anno perchè non giocavo, e io volevo divertirmi con questo sport, e la seconda volta perchè non studiavo molto a scuola, quindi i miei genitori si fecero sentire. In quel periodo feci diversi sacrifici, a 14 anni ero nei giovanissimi nel Milan e prendevo il bus per andare a scuola a Seregno, poi dovevo uscire e correre per per raggiungere la stazione di Milano. Alla sera o tornavo con i mezzi oppure con amici, ero stanco e studiavo alla mattina alle 5 o alle 7».

IMPEGNO E DISCIPLINA – «Da come vedo ora il calcio, da dirigente c’è una cosa che accomuna qualsiasi successo e non è il talento, ma la disciplina. Questo ti permette di crescere e lavorare bene, io facevo la cosa più bella del mondo ma qualche volta andavo ad allenarmi stanco, al freddo. Che cosa me lo faceva fare? La disciplina»

ESORDIO IN PRIMA SQUADRA – «Ero con la prima squadra dall’inizio di quella stagione, mancavano 20 minuti e vincevamo 3-0 a San Siro contro il Como, quell’esordio l’ho considerato come un premio. Mi ricorderò sempre, ero uscito dallo stadio e un tifoso mi aveva fermato dicendomi che ne aveva visti tanti esordire per poi sparire nell’anonimato. Quando fai l’esordio da minorenne devi dare il peso giusto a tutto, mi sono sentito giocatore vero quando ho iniziato a stare titolare nel Milan. L’anno successivo rientro dal militare e gioco 10 minuti in due amichevoli (c’era Ancelotti al mio posto) e in quell’occasione mi lamentai con Capello, gli chiesi di andare via perchè volevo giocare, ormai pensavo da calciatore».

PRIMA CONVOCAZIONE – «Ho avuto due scopritori, due grandi maestri come allenatori: Sacchi e Capello però Fabio interviene anche agli inizi. Allora io feci questo torneo con la Primavera a Genova, 7 partite giocate a ritmi altissimi, una volta terminata l’ultima gara chiamo il dottore e gli dissi che avevo 37 di febbre e che non potevo fare defaticamento. Tramite mio papà quel giorno scopro sulla Gazzetta, (siamo nel 1988 e ci sono le Olimpiadi con la Coppa Italia che si gioca nel pre-campionato) e leggevo sul giornale che Sacchi aveva bisogno di convocare 5 giocatori della Primavera: sono stato tutto il giorno davanti al telefono aspettando la chiamata di Arrigo, il giorno dopo mi chiamò e iniziò la mia avventura in Prima Squadra».

SACCHI – «Era maniacale, ho avuto poi la fortuna e il piacere di conoscerlo anche al di fuori del calcio, ma era come un insegnante. Ha portato in Italia quella che doveva essere una partita di calcio con la creazione di emozioni. Due aneddoti meravigliosi, Arrigo aveva spesso il megafono e quando non aveva voce lo usava, ricordo un pomeriggio dove urlò in continuazione ma noi non sentivamo nulla, niente proprio. In Nazionale invece, seconda partita dei Mondiali 94, Arrigo chiama me e Dino Baggio in camera:”Ragazzini, è l’ultima chance che vi do, altrimenti non giocate più».

DNA MILAN«Ho avuto la possibilità di giocare in club importanti anche fuori dall’Italia: nel Barcellona o nell’Atletico ci sono DNA e mentalità diverse, conosco anche lo spirito della Lazio e so anche cosa ha significato giocare nel Milan di Berlusconi, lui disse “Diventeremo la squadra più forte del mondo” E il Milan in quegli anni non vinceva e non otteneva grandi successi, questo dobbiamo ricordarlo, invece oggi oggettivamente a livello di percezione all’estero è la squadra più riconosciuta italiana e non».

PRESTITO PADOVA – «Ricordo un dialogo con Berlusconi che mi disse che aveva parlato con Sacchi e che non voleva andassi via, per lui era meglio giocare 12 partite nel Milan che fare un anno in prestito in un’altra squadra. Era il 1990-91 e avevo 19 anni, sognavo di giocare nel Milan, ma feci pochissime presenze da settembre a novembre e quindi decisero di mandarmi al Padova in prestito. Per la società sei un patrimonio da valorizzare e da curare, il Milan con me lo fece. Mi ricordo una volta quando al Padova. fui invitato in una trasmissione locale, ma non avevamo ancora vinto una partita e una trentina di tifosi arrabbiati ci aspettavano lì fuori alla fine della trasmissione. “No ma non ce l’abbiamo con te, tu sei forte” Mi avevano tranquillizzato. La domenica successiva allo stadio ci fu una protesta con la Curva in sciopero, dopo 15 minuti facciamo gol e tutto lo stadio cantava il mio nome, da pelle d’oca».

BARESI – «Il primo anno nel Milan gli davo del Lei, c’era nonnismo in spogliatoio era quasi un obbligo, c’era grande rispetto per Franco. Io ero spesso vicino a Marco Simone, Filippo Galli e Giovanni Stroppa, era il mio gruppo diciamo. Poi in campo dico sempre che i miei due maestri sono stati Ancelotti e Rijkaard, che ho ritrovato poi da allenatore al Barcellona e non era timido come quando giocava nel Milan, da tecnico parlava tantissimo».

MILAN – «Lo dico sempre, abbiamo fatto il record delle 58 partite senza aver perso, e non è che tutte le volte avevamo meritato di vincere però incutevamo timore negli avversari perchè gli altri arrivavano con sconfitte e noi invece no. In quel Milan ho vissuto qualcosa di diverso, il mio sogno sarebbe stato finire la carriera in rossonero, ma se tornassi indietro mi piacerebbe vivere tutto quello che ho fatto, ho giocato in squadre importanti e vinto quello che mi mancava come la Coppa Italia con la Lazio e la Liga con il Barcellona».

CAPELLO – «E’ una persona più dedicata alla personalità in campo e al miglioramento degli errori. Ricordo che rilasciai un’intervista dove fecero un titolo un po’ forzato sul fatto che io volessi più tranquillità e meno stress, ma non era ciò che avevo realmente detto e Capello si avvicinò a me e disse, scherzando “Allora ti sei fatto fregare eh” Poi a volte usava anche il bastone con la carota, era un modo per gestirci al meglio».

UNDICESIMO POSTO – «Il motivo è molto semplice, erano gli anni dei parametri zero e del cambiamento epocale del mercato con la Sentenza Bosman, quelli sono i cambiamenti. Quando cambi tanto in un ambiente dove non hai mai quasi cambiato niente, allora ti destabilizza molto. Pensiamo a Ziege, arriva lui e mettiamo Maldini a destra, oltre agli addii di Baresi e Tassotti, non fu facile».

CHI E’ IL MIGLIORE – «Allora Ancelotti lo metto in seconda fascia insieme a Rijkaard, al primo posto metto Pirlo. Fernando Redondo purtroppo contiamo la sfortunata esperienza al Milan, lo metto in ultima fascia insieme a Giunti, Biglia e Montolivo. Io mi metto in terza fascia con Tonali e Desailly».

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