Inzaghi come Leonida, l’Olimpico come le Termopili

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Quell’andata in scena sabato sera all’Olimpico di Roma, può tranquillamente essere definita la “battaglia delle Termopili” di Inzaghi. L’allenatore rossonero, nelle vesti di Leonida, si è trovato ad affrontare un nemico ineguale e antitetico. Da una parte una compagine zeppa di seconde linee e con poca qualità, dall’altra una corazzata costruita per vincere e dominare. Davide contro Golia. Cuore e coraggio contro forza e potenza. E così come il re spartano decise di combattere per difendere il suo onore e il suo territorio nonostante gli sfavori del pronostico, Inzaghi non si è tirato indietro. Degno delle pagine de “L’arte della guerra” di Sun Tzu, la strategia con la quale è stata affrontata la Roma è ammirevole: “conosci il nemico, conosci te stesso, mai sarà in dubbio il risultato di 100 battaglie” . E nessuna massima potrebbe adattarsi meglio alla perfetta chiave di lettura data da Inzaghi. Squadra chiusa, ripartenze, Totti ingabbiato, poco spazio lasciato a Gervinho e sfruttato l’unico punto debole giallorosso: la difesa. Da applausi. E tornando all’analogia con la “battaglia delle Termopili”, più violenti erano gli attacchi nemici, più la fase difensiva reggeva i colpi e contrattaccava. Mentre il sole tramontava e dava tregua agli eserciti, un doppio fischio decretò la fine dei primi quarantacinque minuti di gioco. I colpi si sentivano ma il muro non era crollato. Il secondo giorno e il secondo tempo iniziarono ribaltando i favori del pronostico. Chi sulla terra, chi su un campo verde aveva nelle mani la conduzione del gioco, ma non era destinato a durare. I due comandanti abilmente portavano avanti le loro rispettive battaglie con grinta e onore fin quando non si presentò l’occasione ad Armero d trasformarsi in Efialte “il traditore”. Un’espulsione evitabile che lasciò il Milan in 10 per venti lunghissimi minuti. Seppur in misura etica differente, un gesto ingenuo rischiò di far crollare i piani e i sogni di Inzaghi come un castello di carte in una tormenta. Per fortuna, da questo punto della storia in poi le analogie terminano. La fine che fece Leonida la conosciamo tutti ma Pippo, più abile dello spartano, metaforicamente ha evitato che la sua testa fosse conficcata su un paletto di legno. Gli avvoltoi erano già pronti dall’alto delle loro penne a criticare l’allenatore rossonero sull’approccio, sulla formazione, sulla mentalità e sullo schieramento. La fossa era già stata scavata e considerando la portata del nemico, non sarebbe stata necessaria neanche la spinta. Onore al Milan, onore alla squadra, onore all’allenatore rossonero che ha letto e affrontato la partita nell’unico modo possibile. Inzaghi come Leonida, l’Olimpico come le Termopili, un pareggio che è una vittoria per Inzaghi, un pareggio di Pirro per “Serse” Garcia.

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