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Shevchenko a 7: «Ecco come avremmo potuto evitare Istanbul»

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Andrij Shevchenko si racconta in una lunga intervista a 7, le sue parole dall’arrivo al Milan ai grandi successi ottenuti in maglia rossonera

Andrij Shevchenko si racconta in una lunga intervista a 7, rivista edita da il Corriere della Sera, le sue parole dall’arrivo al Milan ai grandi successi ottenuti in maglia rossonera: «La prima volta che firmai con il Milan, il mio primo contratto vero, mi rifiutai di guardare la cifra che c’era scritta sopra. Ci arrivai grazie ad Ariedo Braida, lui vide qualcosa in me che non sapevo neppure di avere. Quando portò Galliani in Ucraina per vedermi, giocai una partita orrenda, ma lui mi difese. E quando venne a casa mia per convincermi a firmare, mi diede una maglia rossonera con sopra il mio nome. “Ci vincerai il Pallone d’oro, con questa” mi disse. Io e mio padre ci mettemmo a ridere. Aveva ragione lui. Il nostro successo non era dovuto al talento ma alla qualità umana dei singoli individui. Era un gruppo di persone intelligenti. Infatti siamo finiti tutti a fare gli allenatori o i dirigenti»

LA FINALE DEL 2003«Il primo che abbracciai fu Dida, e tutti pensano ancora oggi che fosse un ringraziamento per le sue parate decisive. Non è vero. Manco me ne ero reso conto che era lui, correvo e basta, me lo trovai davanti. Rigore decisivo? A metà del tiro, con la palla ancora per aria, vedo Buffon che va giù dall’altra parte e capisco prima degli altri che è fatta, che quell’istante rimarrà per sempre»

QUEL MILAN«Il nostro successo non era dovuto al talento ma alla qualità umana dei singoli individui. Era un gruppo di persone intelligenti. Infatti siamo finiti tutti a fare gli allenatori o i dirigenti. Su chi non ho mai avuto dubbi? Filippo Inzaghi è ossessionato dal calcio. La mattina della finale di Manchester mi sveglio presto e alzo le tapparelle. Eravamo in un albergo che dava su un campo da golf. Mi affaccio e vedo una persona che corre da sola, mima i movimenti di attacco, si gira a vedere se un arbitro invisibile ha fischiato il fuorigioco, si incita, indica una porta immaginaria. Era Pippo».

INSTANBUL«La ferita sanguina ancora. Scrissero che tra il primo e il secondo tempo ci lasciammo andare a festeggiamenti anticipati. Tutte balle. Anzi. Paolo Maldini fu il primo a dire di fare attenzione, che il Liverpool non avrebbe mollato, anche se era sotto 0-3. Ce lo ripetemmo l’uno con l’altro. Nei primi tre mesi dopo quella sconfitta così acida mi svegliavo gridando nella notte e cominciavo a pensarci. Mi capita di pensarci ancora oggi che sono passati sedici anni. Tanti miei compagni non hanno più voluto rivedere quella partita. Io la so a memoria».

LA SPIEGAZIONE – «Ancora la sto cercando. Eravamo la squadra migliore. Stavamo giocando benissimo. Mi viene in mente il loro capitano, Jamie Carragher. Alla fine dei tempi regolamentari gli vado via, sono più giovane e veloce di lui. Mi rincorre, sbuffa, non ce la fa più, ha i crampi. Ma non so come, arriva a toccarmi la palla. Avevano una sola chance su 100, ci si sono aggrappati con tutte le forze che avevano. Bravi loro. Adesso che sono allenatore, penso che forse avremmo dovuto spezzare quei maledetti sei minuti in cui ci fecero tre gol. Fermare il gioco, cambiare qualcuno. Ma non è una critica a Carlo Ancelotti, che ci aveva preparato benissimo. So che qualche mio tifoso mi manderà a quel Paese, ma quel Liverpool-Milan è una prova della bellezza del calcio. Certe volte, è una bellezza crudele».